Ci sono persone che non ho salutato.
Non ci sono stati litigi memorabili, porte sbattute, parole definitive. Nessun addio degno di essere ricordato.
Ho semplicemente cominciato a sparire.
Prima per qualche ora.
Poi per giorni.
Poi abbastanza a lungo da diventare, agli occhi degli altri, una presenza intermittente. Una di quelle persone che ami, forse, ma sulla quale smetti lentamente di fare affidamento.
La depressione, almeno per me, non è stata soltanto tristezza.
È stata sottrazione.
Mi ha sottratto la voce, la curiosità, la capacità di rispondere a un messaggio senza percepirlo come un compito smisurato. Mi ha tolto perfino il desiderio di spiegare perché non riuscissi a esserci.
Guardavo le notifiche comparire sullo schermo.
“Come stai?”
“Dove sei finita?”
“È da tanto che non ti fai sentire.”
E rimanevo immobile.
Non perché non mi importasse.
È questo che ancora oggi vorrei riuscire a spiegare a chi si è sentito abbandonato da me: a volte si può voler bene a qualcuno e non avere comunque la forza di raggiungerlo.
Esiste una distanza che non si misura in chilometri.
Si misura nei messaggi lasciati senza risposta.
Negli inviti rifiutati.
Nei compleanni in cui prometti di esserci e poi non riesci nemmeno ad alzarti dal letto.
Nelle telefonate che lasci morire sullo schermo perché perfino pronunciare “ciao” richiede un’energia che non possiedi più.
E mentre tu sprofondi, fuori la vita continua.
Le persone si stancano.
Ed è legittimo.
Questa è forse la parte più difficile da ammettere.
Per molto tempo avrei voluto che tutti comprendessero. Che aspettassero. Che sapessero leggere il dolore nascosto dietro ogni mia assenza.
Ma gli altri non sono obbligati a sopravvivere alle nostre tempeste.
Anche loro hanno ferite, limiti, bisogni.
Anche loro, dopo l’ennesimo silenzio, possono decidere che fa troppo male bussare a una porta che non si apre.
Così alcune amicizie sono finite senza una vera fine.
Si sono consumate.
Come fotografie lasciate troppo tempo alla luce.
A volte mi domando quante persone avrei ancora accanto se la mia mente non avesse attraversato certi inverni.
È una domanda inutile e feroce.
Perché non esiste una versione parallela di me da interrogare. Non posso sapere chi sarei stata senza la malattia, senza le ricadute, senza quei mesi in cui la mia esistenza si riduceva al tentativo elementare di attraversare un’altra giornata.
So soltanto che alcune persone mi hanno conosciuta mentre ero capace di ridere fino a farmi male allo stomaco e poi, improvvisamente, hanno incontrato il mio silenzio.
E forse hanno pensato che non mi importasse più.
Che fossi cambiata.
Che fossi egoista.
Che avessi scelto di allontanarmi.
La verità è meno elegante.
Non stavo scegliendo quasi niente.
Stavo cercando di restare a galla con un corpo che respirava e una mente che, in certi momenti, sembrava aver disertato la vita.
Quando sei depresso non sempre chiedi aiuto.
A volte diventi irraggiungibile.
Non vuoi essere visto perché non sai più cosa mostrare.
Non vuoi raccontarti perché non possiedi parole abbastanza precise per descrivere quella specie di devastazione immobile.
E allora ti ritiri.
Ti fai piccolo.
Smetti di occupare spazio.
Finché qualcuno, dall’altra parte, smette di cercarti.
Non provo rabbia verso chi se n’è andato.
Provo una forma più complessa di dolore.
Perché oggi riesco a vedere entrambe le parti della storia.
Vedo me, chiusa dentro qualcosa che non sapevo nominare.
E vedo loro, fuori, a chiedersi perché continuassero a tendere una mano verso qualcuno che sembrava non volerla afferrare.
Avrei voluto dire:
Non ti sto rifiutando. Sto scomparendo anche da me stessa.
Ma certe frasi arrivano sempre dopo.
Quando il peggio è passato.
Quando ricominci a parlare.
Quando finalmente possiedi il vocabolario necessario per raccontare ciò che, mentre accadeva, era soltanto buio.
Alcuni rapporti si possono ricucire.
Altri no.
E forse crescere significa anche accettare questo: non tutte le perdite possono essere trasformate in ritorni.
Ci sono persone che rimarranno soltanto il ricordo di una versione di noi.
Non sono necessariamente cattive per essere andate via.
E noi non siamo necessariamente crudeli per essere spariti.
A volte due dolori semplicemente non riescono a comprendersi nello stesso momento.
Oggi provo a fare una cosa diversa.
Quando sento che sto cominciando a chiudermi, provo almeno a lasciare una frase fuori dalla porta.
“Non sto bene.”
“Ho bisogno di silenzio.”
“Non riesco a parlare, ma non significa che non mi importi.”
Sembrano parole minuscole.
Per me, qualche volta, sono state gigantesche.
Perché ho imparato che raccontare la propria fragilità non serve soltanto a essere compresi.
Serve anche a non lasciare gli altri davanti a un’assenza senza nome.
Eppure continuo a pensare alle amicizie che non sono sopravvissute.
Non con rancore.
Con quella malinconia particolare che appartiene alle cose che avrebbero potuto essere e non sono state.
Persone alle quali ho voluto bene.
Persone che forse hanno voluto bene a me.
Persone perse nel periodo in cui anch’io, in qualche modo, ero perduta.
Se potessi incontrarle tutte in una stanza, non chiederei loro di tornare.
Direi soltanto una cosa:
quando sono sparita, non avevo smesso di volervi bene.
Stavo solo combattendo una guerra talmente rumorosa dentro di me da non riuscire più a sentire nessuno bussare.


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