Il giorno in cui la mia mente trovò un nome

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Ci sono parole che non si limitano a descrivere.

Incidono.

Entrano nella carne della tua storia e la dividono in un prima e in un dopo.

Disturbo bipolare.

Due parole.

Una manciata di sillabe pronunciate in una stanza qualunque, eppure abbastanza pesanti da riscrivere retroattivamente anni interi della mia vita.

All’improvviso, ogni eccesso sembrava reclamare una spiegazione.

Ogni crollo pretendeva un’origine.

Ogni notte insonne, ogni sparizione, ogni entusiasmo smisurato, ogni mattina trascorsa a desiderare che il mondo smettesse semplicemente di chiedermi di esistere sembravano disporsi davanti a me come reperti su un tavolo autoptico.

E io ero contemporaneamente il corpo e chi doveva riconoscerlo.

La diagnosi non mi consolò.

Non subito.

Prima mi fece paura.

Perché c’è qualcosa di brutale nel momento in cui la sofferenza smette di essere vaga e riceve una nomenclatura precisa.

Fino a quel momento avevo potuto raccontarmi che ero fragile.

Instabile.

Esagerata.

Incapace di gestire la vita come facevano gli altri.

Avevo trasformato i sintomi in difetti morali.

Avevo costruito un tribunale dentro la testa e mi ero condannata senza processo.

Poi qualcuno pronunciò un nome clinico e ciò che avevo sempre attribuito a una qualche stortura del carattere acquistò improvvisamente una struttura.

Avrei dovuto sentirmi sollevata.

In parte lo fui.

Ma il sollievo, certe volte, ha denti.

Perché capire che esiste una spiegazione significa anche dover accettare che qualcosa esiste davvero.

Non era più soltanto un periodo.

Non era più la stanchezza.

Non era più il mio essere “troppo”.

C’era una parola.

E quella parola mi riguardava.

Per un po’ la diagnosi diventò uno specchio deformante.

Qualunque cosa sentissi finiva sotto interrogatorio.

Se ridevo troppo, mi osservavo.

Se dormivo poco, mi osservavo.

Se avevo un’idea improvvisa, mi osservavo.

Se mi sentivo finalmente viva, invece di godermi quella sensazione cominciavo a domandarmi quanto sarebbe costata.

Perfino la felicità aveva perso la sua innocenza.

Era questo che trovavo insopportabile: non riuscire più a distinguere dove finissi io e dove cominciasse la malattia.

Guardavo le mie emozioni come si guarda un animale potenzialmente feroce: con affetto, forse, ma senza mai voltargli completamente le spalle.

E la depressione aveva lasciato dentro di me un altro tipo di devastazione.

Non spettacolare.

Non rumorosa.

Peggio.

La depressione non sempre distrugge facendo rumore.

A volte erode.

Ti sottrae pezzi con una pazienza quasi chirurgica.

Prima l’energia.

Poi il desiderio.

Poi le persone.

Poi la capacità di immaginare un giorno diverso da quello che stai attraversando.

Ti lascia viva abbastanza da assistere alla tua stessa assenza.

Ci sono stati giorni in cui rispondere a un messaggio sembrava un’impresa sproporzionata.

Giorni in cui il letto non era un rifugio ma una specie di sepolcro tiepido.

Giorni in cui il tempo non passava: marciva.

E poi sono esistiti gli estremi opposti.

La mente accelerata.

La sensazione di poter contenere tutto.

Il bisogno di fare, parlare, decidere, vivere più velocemente della realtà.

Una fame di mondo che, mentre la attraversi, può sembrare libertà.

Solo dopo scopri che anche l’euforia può avere qualcosa di predatorio.

Che non tutto ciò che ti fa sentire invincibile ti sta salvando.

Questa è forse una delle crudeltà più sofisticate del disturbo bipolare: può alterare il modo in cui percepisci te stessa proprio mentre ti convince di essere finalmente diventata la versione più autentica di te.

Poi qualcosa cambia.

La luce si spegne.

Il corpo presenta il conto.

E ti ritrovi a rovistare tra le conseguenze chiedendoti quale parte di quelle scelte ti appartenesse davvero.

Non ho ancora trovato una risposta definitiva.

Forse non esiste.

Ho smesso però di cercare una linea netta tra me e la diagnosi.

Non siamo due territori separati da un confine.

La mia mente non è una stanza occupata abusivamente da una malattia.

È la mia mente.

Con la sua bellezza.

Con le sue deformazioni.

Con le sue voragini.

Con quella capacità feroce di sentire che, in certi momenti, è stata una condanna e in altri mi ha permesso di percepire sfumature che forse non avrei mai conosciuto.

Accettare tutto questo non ha avuto nulla di poetico.

Non è stata una riconciliazione elegante.

È stato più simile a raccogliere cocci senza sapere ancora quali valesse la pena ricomporre.

Ho dovuto smettere di chiedermi quale versione di me fosse quella vera.

Quella che non riusciva ad alzarsi dal letto?

Quella che credeva di poter fare qualsiasi cosa?

Quella stabile?

Quella sedata?

Quella disperata?

Quella piena di progetti?

La risposta più difficile è stata anche la più semplice:

erano tutte me.

Non tutte nello stesso modo.

Non tutte con la stessa lucidità.

Ma nessuna completamente estranea.

Ed è qui che una diagnosi rischia di diventare una gabbia: quando da strumento di comprensione si trasforma in un’identità.

Quando smetti di dire ho un disturbo bipolare e cominci, senza nemmeno accorgertene, a pensare sono il mio disturbo bipolare.

Io quella gabbia non la voglio.

Non perché rifiuti la diagnosi.

Al contrario.

La riconosco.

La studio.

La curo.

La temo perfino, certe volte.

Ma non intendo inginocchiarmi davanti a lei e consegnarle ogni centimetro della mia biografia.

Io sono anche tutto ciò che una cartella clinica non saprà mai registrare.

Le persone che ho amato male e quelle che ho amato bene.

Le amicizie che ho perso perché sparivo quando stare al mondo diventava troppo faticoso.

Le telefonate ignorate.

I sensi di colpa.

Le mattine ricominciate da zero.

La vergogna.

La rabbia.

La scrittura.

Le volte in cui avrei voluto non sentire più nulla e quelle in cui ho desiderato sentire tutto contemporaneamente.

Sono perfino le mie contraddizioni.

Soprattutto quelle.

Per questo oggi non cerco più di rendere la mia storia ordinata.

L’ordine, certe volte, è soltanto una menzogna ben impaginata.

La mia storia ha fratture.

Ha zone che ancora non so nominare.

Ha pagine che rileggerei volentieri con una penna rossa tra le mani e altre che strapperei.

Ma sono qui.

E forse scrivere significa proprio questo:

rifiutarsi di lasciare che siano soltanto gli altri a scegliere le parole con cui verrai raccontata.

La psichiatria ha dato un nome a una parte della mia esperienza.

Io sto cercando di dare voce a tutto il resto.

Perché una diagnosi può essere esatta.

Può essere necessaria.

Può perfino salvarti.

Ma resta una definizione.

E una definizione, per quanto precisa, non possiede abbastanza spazio per contenere tutta la carne di una vita.

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