La crisi finisce.
E tu resti.
È questa la parte di cui si parla poco.
Si parla del crollo, dell’euforia, dell’impulsività, della perdita di controllo. Si parla del prima, del durante, dei sintomi, delle diagnosi, dei farmaci.
Molto meno di ciò che viene dopo.
Del momento in cui torni abbastanza lucida da guardare le macerie.
E riconosci la tua firma sopra ogni cosa.
Ci sono giorni in cui il cervello smette di sembrarti un alleato e diventa una forza centrifuga.
Ti porta lontano.
Ti accelera.
Ti convince.
Ti rende assolutamente certa di cose che, poche ore o pochi giorni dopo, guarderai con estraneità.
Poi qualcosa si spegne.
La corsa rallenta.
Il rumore si abbassa.
E rimani davanti a ciò che hai detto, scritto, comprato, promesso, confessato, distrutto.
È lì che arriva la vergogna.
Non entra facendo rumore.
Si siede.
E comincia a ricordarti tutto.
La vergogna ha una memoria feroce.
Ricorda le parole fuori misura.
I messaggi mandati troppo in fretta.
Le telefonate inutili.
Le confidenze regalate a persone che non le meritavano.
Le decisioni prese con una sicurezza che adesso ti sembra quasi oscena.
Ricorda i volti degli altri.
Il loro imbarazzo.
La loro paura.
La loro incredulità.
E tu, tornata dentro una versione più stabile di te stessa, cominci a domandarti:
Ero davvero io?
La risposta più difficile è che sì.
Eri tu.
Ma non eri soltanto tu.
Questa distinzione è scomoda.
Perché attribuire tutto alla malattia sarebbe facile.
Troppo facile.
Ma attribuire tutto a sé stessi può essere altrettanto crudele.
Ci sono comportamenti di cui bisogna assumersi la responsabilità.
Ci sono ferite che non diventano meno reali solo perché sono nate dentro una crisi.
Ci sono persone che possono essere state colpite.
Ci sono conseguenze.
E questo va riconosciuto.
Ma responsabilità e condanna non sono la stessa cosa.
Io posso guardare ciò che ho fatto senza trasformarmi nel mio stesso tribunale.
Posso dire:
questa cosa è successa.
Ha avuto un peso.
Ha avuto delle conseguenze.
Senza concludere:
quindi io sono irrimediabilmente sbagliata.
La vergogna, invece, ragiona così.
Non dice:
“hai fatto qualcosa che non riconosci.”
Dice:
“questo sei tu.”
Non dice:
“hai perso il controllo.”
Dice:
“sei pericolosa.”
Non dice:
“hai ferito qualcuno.”
Dice:
“rovini tutto ciò che tocchi.”
È una lingua brutale.
Assoluta.
Senza sfumature.
Ed è proprio per questo che può diventare devastante.
Perché prende un episodio e lo trasforma in identità.
A volte il giorno dopo non è letteralmente il giorno dopo.
Può arrivare settimane più tardi.
Quando la mente torna limpida abbastanza da vedere.
Quando l’adrenalina si ritira.
Quando il corpo smette di correre.
Quando ricominci a riconoscere i contorni delle cose.
È allora che magari rileggi una conversazione.
Riapri una chat.
Guardi un estratto conto.
Ripensi a una scelta.
E senti lo stomaco chiudersi.
Vorresti cancellare.
Ritirare.
Riscrivere.
Spiegare.
Sparire.
La vergogna ha anche questo paradosso:
ti fa desiderare di scomparire proprio nel momento in cui avresti bisogno di restare presente.
Restare è molto più difficile.
Restare significa chiedere scusa quando serve.
Ammettere ciò che è accaduto.
Ascoltare il dolore degli altri senza usare la diagnosi come uno scudo.
Ma significa anche impedire agli altri, e soprattutto a sé stessi, di ridurre una vita intera al suo momento peggiore.
Non tutto ciò che facciamo durante una crisi ci definisce.
Ma tutto ciò che facciamo dopo può insegnarci qualcosa.
Ci sono errori che non si possono cancellare.
Relazioni che cambiano.
Persone che non tornano.
Fiducia che richiede tempo.
Questo fa male.
Ma forse diventare adulti dentro una malattia significa anche imparare a convivere con l’irreversibile senza trasformarlo in una sentenza perpetua.
Non si può tornare indietro.
Si può però diventare più consapevoli.
Più capaci di riconoscere i segnali.
Più onesti.
Più preparati.
Più disposti a chiedere aiuto prima di arrivare al punto in cui tutto esplode.
Non è una redenzione.
È lavoro.
Ed è molto meno poetico.
La cosa più difficile, per me, resta questa:
accettare che posso avere fatto cose che non mi piacciono senza diventare una persona che disprezzo.
È una differenza minuscola.
Ma cambia tutto.
Perché il senso di colpa può dirti:
hai sbagliato.
La vergogna ti dice:
sei sbagliata.
Io sto cercando di non confondere più le due cose.
Non voglio assolvermi da tutto.
Ma non voglio nemmeno vivere inginocchiata davanti alla versione peggiore di me stessa.
Non voglio passare anni a chiedere perdono per il fatto di essere esistita in modo disordinato.
Non voglio trasformare ogni ricordo in una prova contro di me.
Ci sono cose che mi appartengono.
Altre che appartengono alla malattia.
Altre ancora stanno in quella terra di confine in cui responsabilità, fragilità e perdita di controllo si mescolano fino a diventare quasi indistinguibili.
Forse non riuscirò mai a separarle perfettamente.
Ma posso smettere di usarmi come bersaglio.
La crisi finisce.
La vergogna, invece, può restare molto più a lungo.
Può infilarsi nei gesti quotidiani.
Nel modo in cui entri in una stanza.
Nel modo in cui immagini che gli altri ti vedano.
Nel modo in cui impari a chiedere permesso perfino per essere felice.
Ed è allora che bisogna fare qualcosa di radicale.
Non dimenticare.
Non minimizzare.
Non fingere che niente sia successo.
Ma guardare tutto.
E restare comunque dalla propria parte.
Perché la vera brutalità non è sempre ciò che abbiamo fatto nei momenti peggiori.
A volte è ciò che continuiamo a farci molto tempo dopo.
Quando la crisi è già passata.
Quando il mondo ha ricominciato a muoversi.
E noi siamo ancora lì,
a scontare una pena che nessuno ci ha mai davvero imposto.


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