Intervista ad una psicoterapeuta

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Parlare di salute mentale significa spesso parlare di sintomi, diagnosi e terapie. Ma dietro ogni definizione clinica esiste una persona, con la propria storia, le proprie paure, le proprie relazioni e il proprio modo di stare al mondo.

Per questo ho voluto lasciare spazio alla voce di una psicoterapeuta, per provare a guardare il disagio psicologico da una prospettiva più ampia e più umana.

Quanto è importante, in psicoterapia, riuscire a vedere la persona oltre la diagnosi?

Psicoterapeuta:
È fondamentale. La diagnosi può essere uno strumento utile per comprendere alcuni aspetti del funzionamento di una persona, ma non può diventare la sua identità. Davanti a noi non abbiamo “un bipolare”, “un depresso” o “un ansioso”: abbiamo una persona con una storia unica, delle risorse, delle fragilità e un modo irripetibile di vivere ciò che le accade.

Una diagnosi può aiutare oppure rischia di diventare un’etichetta?

Psicoterapeuta:
Può fare entrambe le cose. Per alcune persone ricevere una diagnosi significa finalmente riuscire a dare un nome a qualcosa che per anni è sembrato incomprensibile. Può essere liberatorio. Il rischio nasce quando quella diagnosi diventa una gabbia e tutto ciò che la persona prova viene interpretato esclusivamente attraverso di essa.

Perché alcune persone fanno così fatica ad accettare una diagnosi psichiatrica?

Psicoterapeuta:
Perché una diagnosi può mettere in discussione l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Possono comparire paura, rabbia, vergogna o il timore di essere considerati diversi. Inoltre lo stigma nei confronti della sofferenza psichica esiste ancora e può rendere il processo di accettazione molto più difficile.

In un percorso terapeutico quanto conta la relazione tra paziente e terapeuta?

Psicoterapeuta:
Conta moltissimo. La terapia non è soltanto un insieme di tecniche. È anche una relazione nella quale la persona dovrebbe poter sperimentare ascolto, sicurezza e assenza di giudizio. Sentirsi accolti permette spesso di portare in terapia anche quelle parti di sé che altrove vengono nascoste.

Perché durante una fase depressiva una persona può arrivare a isolarsi anche dalle persone che ama?

Psicoterapeuta:
Perché la depressione non è semplicemente tristezza. Può togliere energia, iniziativa e perfino la capacità di sostenere una conversazione. A volte rispondere a un messaggio o vedere qualcuno può sembrare uno sforzo enorme. L’isolamento, quindi, non sempre significa disinteresse o mancanza d’affetto.

Questo isolamento può compromettere amicizie e relazioni?

Psicoterapeuta:
Sì, soprattutto quando chi sta dall’altra parte non riesce a comprenderne il significato. Il silenzio può essere interpretato come rifiuto, freddezza o disinteresse. Per questo, quando è possibile, è importante costruire nel tempo una comunicazione che aiuti anche le persone vicine a riconoscere ciò che sta accadendo.

Cosa non bisognerebbe dire a una persona che sta vivendo un momento di forte sofferenza psicologica?

Psicoterapeuta:
Frasi come “devi reagire”, “c’è chi sta peggio”, “è tutto nella tua testa” o “basta pensare positivo” rischiano di aumentare il senso di colpa e di incomprensione. Spesso è molto più utile dire: “Non so esattamente cosa stai provando, ma sono qui”.

E invece cosa può fare concretamente una persona vicina?

Psicoterapeuta:
Ascoltare senza cercare immediatamente di risolvere tutto. Chiedere di cosa la persona abbia bisogno. Essere presenti senza invadere. E, quando la situazione lo richiede, incoraggiare con delicatezza la richiesta di un aiuto professionale.

La psicoterapia serve soltanto nei momenti di crisi?

Psicoterapeuta:
No. Può essere preziosa anche nei periodi di maggiore stabilità. Anzi, spesso è proprio in quei momenti che si riesce a lavorare con più lucidità sui propri schemi, sulle relazioni, sui segnali da riconoscere e sulle strategie utili per affrontare eventuali difficoltà future.

Quanto è importante imparare a riconoscere i propri segnali d’allarme?

Psicoterapeuta:
Molto. Conoscersi significa anche imparare a riconoscere piccoli cambiamenti nel sonno, nell’energia, nei pensieri, nelle abitudini o nel modo di relazionarsi. Non significa vivere costantemente in allerta, ma acquisire maggiore consapevolezza di sé.

Chi convive con un disturbo psicologico rischia di interpretare ogni emozione come un sintomo?

Psicoterapeuta:
Può succedere. Dopo una diagnosi si può diventare ipervigili e chiedersi continuamente se una giornata difficile, una notte insonne o un momento di entusiasmo siano segnali di qualcosa di patologico. Uno degli obiettivi del percorso può essere proprio quello di recuperare la libertà di vivere anche le normali oscillazioni emotive.

Si può avere una vita piena anche convivendo con una diagnosi psichiatrica?

Psicoterapeuta:
Assolutamente sì. Una diagnosi può richiedere attenzione, cura e consapevolezza, ma non cancella desideri, relazioni, lavoro, creatività o progettualità. La persona resta infinitamente più grande del nome scritto su una cartella clinica.

Qual è una cosa che vorrebbe arrivasse a chi sta leggendo e attraversa un periodo difficile?

Psicoterapeuta:
Che chiedere aiuto non significa arrendersi. Significa riconoscere che ciò che stiamo vivendo merita attenzione. E soprattutto che la sofferenza, per quanto possa occupare tutto lo spazio in alcuni momenti, non racconta da sola l’intera persona.


Oltre la diagnosi significa anche questo: restituire complessità alle persone. Perché una definizione clinica può spiegare una parte della storia, ma non sarà mai abbastanza grande da contenerla tutta.

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