Per mesi desideri soltanto una cosa: stare meglio.
Lo dici ai medici.
Lo dici alle persone che ti stanno accanto.
Lo pensi nei giorni in cui alzarti dal letto sembra un’impresa sproporzionata rispetto alle forze che possiedi. Lo pensi quando la testa diventa un luogo troppo rumoroso in cui abitare, quando ogni gesto pesa, quando persino esistere richiede una quantità di energia che non hai.
Vorrei solo stare bene.
Poi, a un certo punto, succede.
Non in modo spettacolare.
Non ti svegli guarita, luminosa, restituita improvvisamente alla vita.
Semplicemente, un giorno ti accorgi che hai dormito abbastanza. Che hai risposto a un messaggio senza trascinarti dietro il peso di ogni parola. Che hai riso e, per qualche secondo, non hai pensato a niente.
Ed è proprio lì che arriva la paura.
Perché dopo che la tua mente ti ha tradita abbastanza volte, anche una giornata felice diventa qualcosa da interrogare.
Sto bene o sto salendo?
Una domanda minuscola, capace di contaminare tutto.
Hai voglia di uscire? Ti osservi.
Parli più del solito? Ti osservi.
Hai dormito un’ora in meno? Ti osservi.
Ti senti energica, brillante, piena di idee?
Ti osservi ancora di più.
La felicità smette di essere soltanto felicità.
Diventa un possibile sintomo.
E credo che questa sia una delle cose più difficili da spiegare a chi non ha mai dovuto imparare a diffidare delle proprie emozioni.
Le altre persone possono concedersi una giornata euforica senza chiedersi dove le porterà. Possono avere mille idee, fare tardi, sentirsi invincibili per qualche ora e poi tornare alla propria normalità.
Io, invece, ho imparato che esiste una linea sottile.
E il problema è che quella linea non è disegnata per terra.
Non c’è un cartello.
Non c’è un allarme che suona esattamente nel momento in cui la serenità smette di essere serenità e comincia a diventare qualcos’altro.
Così inizi a controllarti.
A fare l’inventario delle ore di sonno.
Delle parole.
Degli acquisti.
Della velocità dei pensieri.
Della voglia di vedere persone.
Persino della musica che ascolti.
Ti trasformi contemporaneamente nella persona che vive e in quella che la sorveglia.
Ed è estenuante.
Perché dopo aver attraversato il dolore, scopri che devi imparare anche a sopportare il benessere.
Sembra assurdo.
Eppure stare bene può fare paura quando sai quanto velocemente le cose possono cambiare.
Può fare paura perché una parte di te continua ad aspettare il momento in cui tutto precipiterà di nuovo.
È una specie di memoria del corpo.
La mente ricorda le cadute.
Ricorda le mattine senza senso, i giorni scomparsi sotto le coperte, le telefonate a cui non hai risposto, le persone che hai allontanato, le decisioni prese quando ti sentivi immortale e le conseguenze arrivate quando immortale non ti sentivi più.
E allora, anche quando il mare è calmo, continui a cercare la tempesta all’orizzonte.
Non perché tu voglia trovarla.
Ma perché sai che esiste.
Forse una delle conseguenze più silenziose di una diagnosi psichiatrica è proprio questa: perdere l’innocenza nei confronti delle proprie emozioni.
Prima sei triste.
Poi impari a chiederti quanto sei triste.
Prima sei felice.
Poi impari a chiederti quanto sei felice.
Prima non dormi.
Poi conti le ore.
Prima hai un’idea.
Poi ti domandi se ne stanno arrivando troppe.
Ogni emozione sembra avere bisogno di un’unità di misura.
E, a volte, vorrei soltanto non dovermi analizzare.
Vorrei essere felice senza interrogarmi.
Vorrei svegliarmi piena di energia e pensare semplicemente: oggi è una bella giornata.
Non: è normale sentirsi così?
Per molto tempo ho creduto che la stabilità sarebbe stata una specie di approdo.
Un punto fermo.
Ho scoperto invece che, almeno per me, è qualcosa di molto più fragile e molto più umano.
Non significa non avere emozioni.
Non significa essere sempre tranquilla.
Non significa vivere dentro una linea piatta, sterile, perfettamente controllata.
Significa imparare lentamente a riconoscermi senza trasformare ogni parte di me in un sintomo.
E forse questa è una delle sfide più grandi.
Capire che posso essere entusiasta senza essere necessariamente in mania.
Che posso avere una giornata terribile senza essere necessariamente precipitata in una depressione.
Che posso arrabbiarmi.
Essere stanca.
Euforica per una bella notizia.
Silenziosa.
Confusa.
Felice.
Perché prima della diagnosi ero una persona.
E lo sono anche dopo.
Una diagnosi può aiutarmi a leggere alcuni segnali, a proteggermi, a chiedere aiuto quando qualcosa cambia.
Ma non può diventare un tribunale davanti al quale trascinare ogni emozione.
Sto ancora imparando questa differenza.
Sto imparando che controllarsi può essere cura, ma controllarsi continuamente può diventare un’altra gabbia.
Sto imparando a fidarmi di me con prudenza.
Che forse è una delle forme più strane di fiducia: non quella cieca di chi crede che non cadrà mai, ma quella di chi sa di poter cadere e, nonostante questo, continua a camminare.
Ci sono ancora giorni in cui una risata troppo forte mi insospettisce.
Notti in cui dormo meno e il pensiero arriva immediatamente.
E se ricominciasse?
Ci sono giornate storte in cui una parte di me teme di riconoscere l’inizio di qualcosa che conosco troppo bene.
Ma sto cercando di non vivere aspettando la prossima fase.
Perché sarebbe un altro modo di consegnare la mia vita alla malattia.
E io non voglio passare i giorni buoni preparandomi a quelli cattivi.
Non voglio sacrificare il presente sull’altare della paura.
Voglio imparare, lentamente, a restare dove sono.
Quando sto male, chiedere aiuto.
Quando sto bene, esserci.
Senza pretendere garanzie.
Perché forse stare meglio non significa smettere di avere paura.
Forse significa riuscire, qualche volta, a guardare quella paura sedersi accanto a te e dirle:
oggi non devi decidere tu.
Oggi sto bene.
E per una volta, può bastare.


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